Partiti. O forse no.

Oggi sono provata.

È stata una settimana di quarantasei giorni.

Giorni di settantasette ore.

Ore di duecento minuti.

È stato un gruppo di duemilacinquecento persone. Registrate una sessantina, ma tra uno che arriva dopo e uno che se ne va prima, e uno che doveva esserci ma non c’è e allora magari ce n’è un altro che invece forse sono due … quel numero lì, insomma.

E una camera preparata per due ma pare chiaro che ci dormono in tre o quattro, e altre camere che di conseguenza dovrebbero essere vuote, ma invece sono occupate anche quelle ….

E richieste, e pretese, e frammenti di illogicità che rendono questo vivere quanto mai precario.

Episodi come se io avessi esaurito il materiale per il mio blog.

Aspetta che arriviamo noi, così poi saprai di cosa scrivere!

Il primo giorno mi sono autocoinvolta in una scommessa malvagia. Quanti se ne romperanno di questi?

Li ascolti soltanto … qualcuno descrive le sue imprese ancor prima di compierle, qualcuno si autodefinisce “il Gruppo Tomba”, qualcuno sta modificando la cartina delle piste. “questa dice 45 minuti, ma a me ne basteranno 20”. La statistica dice che potremmo perderne almeno quattro o cinque …

Il primo giorno un aitante giovanotto si è catapultato dallo snowboard per scavalcare una signora che gli era caduta ai piedi. Fisicamente. Emotivamente non lo so. Al posto della signora io avrei optato per una caduta solo metaforica, ma … vabbè … lei è caduta, e lui pure. Ammaccato ma non fuori combattimento.

Si conta come mezzo ferito. Ce ne possiamo giocare ancora quattro e mezzo.

Nei giorni successivi una signora si è procurata due fratture alle braccia, e un’altra si è rotta un polso.

Due fratture sulla stessa persona secondo me valgono due.

E dunque siamo a tre e mezzo.

Ho quasi vinto.

Nei giorni successivi uno è rovinato contro un paletto e si è ammaccato il naso. Quattro.

E subito dopo qualcuno chiedeva il ghiaccio per un ginocchio, qualcuno chiedeva il numero della clinica traumatologica, qualcuno ……

Ho vinto.

Se ne sono rotti più di quanti avessi scommesso. E la settimana (che continua a sembrare una quindicimana) non è ancora finita.

Ma allora, se sono così brava a prevedere l’andamento degli eventi, come faccio adesso a essere così sorpresa?

Valigie, borse, sporte, macchine, bagagli, robe dimenticate, gente che saluta, gente che invece parte senza salutare.

E poi gente che “ci vediamo l’anno prossimo!” e tu sei felice. E gente che “ci vediamo l’anno prossimo!” e tu sai già che sarà tutto occupato. Sempre, comunque, ovunque.

Di che mi sorprendo?

Ti fermi in un angolino, e pensi.

Pensi alle mamme che portano in palmo di mano i loro pargoli, e quelli che tengono sul letto il libro di matematica, a coprire materiali meno edificanti, del qualsivoglia tipo. Tanto le mamme aprono solo un pochino la porta per sbirciare, e la matematica incensa il loro nobile orgoglio cieco. Facciamola breve. Un mucchio di ragazzi confinati in camere lontane dai genitori, abili come pochi a simulare e dissimulare quello che di volta in volta è necessario.

Bravi studenti e figli devoti, con camere che sembrano discariche, fatto salvo il triangolino di luce della porta eventualmente socchiusa.

Ma è normale. I figli fanno i figli.

Ogni riferimento a scambi di letti e rimescolamento dell’età è puramente casuale. Forse.

I figli comunicano con i genitori tramite la rastrelliera dell’ingresso, in cui andrebbero appese le chiavi.

Credo sia iniziato con un toast mordicchiato. La mamma lo ha assaggiato prima di lasciarlo appeso lì per il figlio che oggi forse per la colazione non avrà tempo.

E poi c’era la chiave di un’auto. Qualcuno l’ha chiesta a qualcun altro, e adesso sono in tre a cercare la stessa chiave.

E poi c’erano mascherine FFP come se piovessero. Vedi? Noi abbiamo tutti la mascherina.

Ecco: la differenza tra avere e indossare sta nelle mascherine variopinte appese alla rastrelliera delle chiavi, o alla spalliera delle sedie, o alle maniglie delle porte, o ….. Ne ho buttate un camion, di quelle che “è appesa qui ma non è mica la mia”.

Fino a quando … eccolo:

un paio di mutande appese al posto della chiave della camera.

Pensiamoci.

Hanno appeso la mutanda al chiodo?

Qualcuno l’ha prestata a qualcun altro?

Qualcuno l’ha restituita dopo averla avuta in prestito?

La mutanda appesa al chiodo ha suscitato qualche perplessità.

Non è di nessuno, e nessuno l’ha appesa.

È uno scherzo di cattivo gusto.

E io non ho certo intenzione di verificare a chi manca la mutanda …. Butto e basta. Voglio proprio vedere se me la chiedono ….

È stata una settimana lunghissssssssima, sicuramente foriera di altri racconti, altre amenità, atre storielle.

Adesso sospendo, che devo risolvere un enigma:

un paio di scarponi da snowboard, sono qui perché dimenticati? Ed eventualmente da chi? O magari sono qui perché sono rotti (e quindi tanto li buttiamo noi!), o magari perché vanno riconsegnati al noleggio che ha loggato la borsa che li contiene?

La settimana finita in realtà non è finita. Non stavolta.

Un pensiero su “Partiti. O forse no.

  1. Un paio di mutande.
    Un paio di scarponi da snowboard.
    Ci sarà mica stato l’uomo invisibile, in mezzo a tutti?
    O la donna? Perché non hai specificato che mutande erano, ma, anche se fosse, chi se ne importa?
    Viva la fluidità! 😀

    "Mi piace"

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