il sacro e il profano

Scende le scale in modo solenne, così come solennemente si muove sempre. Solenne anche con gli scarponi e le racchette: secondo me glielo hanno insegnato al seminario, quando ci studiava con indubbio ardore preparandosi alla folgorante carriera di vescovo cattolico in un Paese dell’Est.

Scende sfoggiando un sorriso che si vede anche attraverso la mascherina.

Mi si avvicina con i suoi passi solenni, il breviario in mano e negli occhi qualcosa che non sa come dirmi.

“Signora Anna … nella sua cappellina oggi manca il vino da Messa, lo sa? E mancano anche i fiammiferi per le candele, e non ho trovato nemmeno l’olio per la lampada.” Tace un momento e si guarda le scarpe. “Tutte cose che posso risolvere, certo, ma per le Ostie non so come fare. Qui tra i monti c’è un negozio di articoli religiosi?”

òllamiseria! No che non c’è!

Ci mancano le ostie e lui mi guarda fiducioso: “Ci può pensare lei, Signora Anna?”

Eccerto! Ma ti pare?

Se ne va rincuorato mentre io penso che no, non sapevo di avere una sacrestia così sguarnita, e non avrei mai pensato di dovermene preoccupare. Lo vedi? C’è sempre qualcosa di nuovo, qualcosa cui non avevi ancora pensato che viene a solleticare il tuo ingegno!

Il prete se ne va e io rimango a guardare il soffitto come se la risposta ai miei quesiti fosse scritta lì, invece che su google.

Guardo il soffitto, penso alle ostie e al negozio che c’è in centro a Vicenza. Farebbero affari, se aprissero una succursale tra i monti, dico io.

Guardo il soffitto e ….. orrore! Una nuova macchia di umidità! Nuova davvero! Non c’era mica, prima dell’ultima serie di acquazzoni. Non c’era: sono sicura.

E poi tutta quella pioggia …. E adesso questa macchia tondeggiante e frastagliata, con quel suo bel colore sfumato tra il beige al centro e il color caffelatte verso i bordi.

Ma pork ….

Un certo inevitabile scoramento suggerisce che è il momento di un caffè.

Non mi è mai piaciuto il sapore del caffè, ma il suo valore sociale e meditativo e rituale mi spinge talvolta a cedere alla tentazione. E ci metto anche lo zucchero, non perché così sia più buono, ma perché mi piace il rumore. Il tin tin del cucchiaino contro le pareti della tazzina concilia riflessioni serene e consente di pianificare interventi risolutivi.

tin tin tin tin …. Allora … prima si chiama il Bandèr per l’infiltrazione, poi si chiama il parroco per le ostie.

Bene, tin tin tin tin … aspetta. Il vicino di casa è anche il custode della chiesolina del paese. Forse lui ….

tin tin tin tin adesso finisco il caffè e poi lo vado a cercare.

E intanto …. “buongiorno Signor …. Ehm …. Signor …” muccaccia …. Non mi ricordo neanche chi sto chiamando …

“Son Mario, el bandèr!”

graziesignoregraaaaziee ….

Gli spiego la questione, e mi promette che passerà a dare un’occhiata.

Bene, tin tin tin tin, vado dal vicino.

“Senti, mi servirebbero sei ostie grandi”

“Certo, chiedi al parroco, e poi io te le porto.”

Bene. Chiamo il parroco. Dice che se il vicino le ha me le può portare lui, e che altrimenti posso richiamarlo e lui me le porta. Non ho capito chi chiama chi e chi porta cosa, e temo di non avere capito neanche come devo fare perché si capiscano tra di loro. Però mi è chiaro che le ostie arriveranno. Direttamente qui, senza andarle ulteriormente a cercare, con buona grazia del negozio di Vicenza. Tant’è.

Ottimo, tin tin tin tin tin tin … il caffè si è raffreddato, ma suona bene lo stesso.

Tempo un paio di mescolatine, e ….  Gigantesco pick up proprio davanti alla porta.

Scende, e … e questo chi è? Forse tra i monti le ostie viaggiano sul pick up.

“Anna! Cosa hai fatto ai capelli?”

Chiede a me? I miei sono solo rosa, i suoi invece …..  Vabbè, non sottilizziamo …

“Mi fai vedere questa infiltrazione?” No, non sono le ostie: come direbbe qualcuno, l’è che l’ostia del bandèr.

Vabbè. Non fa ridere.

Allora … Camminare avanti e indietro con il naso per aria, guardare dalle finestre, salire in terrazza, studiare il percorso delle grondaie sulla facciata, e intanto lui parla, considera e finalmente sentenzia: il problema è lo scolo della terrazza.

Perché le terrazze hanno uno scolo, ovviamente.

“Vedi? In questo angolo ci sono queste zolle di muschio, e cresce anche l’erba nelle fughe, e il bordo è …. Beh … fuori è bagnato, e dentro è sicuramente scrostato e gonfio (e, caspita, ha pure ragione).

Va bene. Dice che torna domani con qualche attrezzo per vedere se può sistemare.

Lui va, e io e i miei capelli ci lasciamo cadere sulla poltroncina più scomoda del continente.

Scomoda, ma non quanto questo ingarbugliamento di pensieri.

Allora … vorrei farmi un altro caffè, ma potrebbe essere sufficiente anche solo mescolare dell’acqua in una tazzina piena di tin tin tin.

Devo riordinare le idee … il bandèr, il prete, le ostie, il vicino, il muschio …. tin tin tin …

Devo mettere tutto in fila, ma mi sa che non sono capace.

No. Non sono capace.

“Eh, Anna, non tutti nascono capaci di dividere le acque!”

Ops! Ho di nuovo pensato ad alta voce e lo chef mi ha sentita!

“Prendi me, per esempio: io non le so certo dividere, però so trasformare l’acqua.

La trasformo in polenta, io.”

Saggezza o delirio?

“Solo che se non vengono ad aggiustare la cappa diventa difficile anche solo pensarci, alla polenta!”

Accidenti …. Altro pensiero …. Oggi fa caldo, e se non sistemiamo la cappa, in cucina si raggiungeranno temperature record, tanto più che in mezzo a tutta questa incertezza, il cielo minaccia bel tempo.

La moglie del vicino attraversa il piazzale e mi saluta dalla porta: mi ha portato le ostie.

Tante, il doppio di quelle che mi servono.

Sorride e sussurra “ecco, così adesso potete dire tante preghiere.”

… come lo sapeva che ne devo dire così tante?

A proposito di Bandèr, l’hai letto “Una bella tegola” ? (11 settembre 2019)

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