Del ghiaccio non si è mai finito di imparare.

Dopo un po’ anche le attività meno routinarie acquisiscono un alone di abitudine che fa perdere di vista i dettagli.

Nelle stagioni invernali si affrontano le questioni che l’inverno rende normali: il freddo, il ghiaccio, la neve, le macchine congelate, gli ospiti che vogliono comunque più caldo in camera, e poi le avventure che diventano le solite.

Ci sono gli sciatori che sbagliano pista e tornano in taxi a orari indecorosi, ci sono quelli che arrivano con le gomme lisce proprio mentre nevica, e quelli che arrivano quando non li aspetti o che non arrivano quando invece dovevano essere qui.

Dopo un po’ non ci fai più caso, fino a quando ti capita una NON stagione come questa.

Stamattina mi sono svegliata di soprassalto all’alba, certa di essere in ritardo per l’arrivo del pullman di Ceki. Non mi ricordo neanche quante volte ho imprecato per i loro orari pre alba, ma oggi quando ho realizzato che per quest’anno non li vedremo, mi sono perfino dispiaciuta.

Mi mancano anche loro, così come mi mancano le cose che ho imparato a gestire: un po’ di neve, un po’ di freddo, un po’ di qualunque cosa.

Mi manca “un po’”.

Da che i miei inverni sono in montagna non c’è mai stata così tanta neve.

Non mi era mai capitato di dover far salire qualcuno sul tetto per spalare giù la neve che premeva sulle grondaie, rischiando di danneggiarle.

Esperienza nuova.

Per fortuna ho sempre il Vicino che è parente stretto della Provvidenza, che quando gli ho chiesto come si dovesse fare mi ha detto “Ci vado io!”.

Non l’ho visto. Non ho assistito all’impresa. Avrei sentito materializzarsi la preoccupazione nello stomaco, al vederlo là per aria, sicuramente in sicurezza, ma sicuramente in una situazione che io non avrei mai potuto neanche invidiargli.

Quando io sono arrivata le grondaie erano già libere.

Ho girato tutto intorno all’edificio e non ho visto tracce di sangue: non deve essersi fatto male nessuno. A posto. I parenti della Provvidenza sanno quel che fanno.

Allora, prima che arrivi il collega che dovrà spalare “di fino”, devo aprirmi un piccolo varco per arrivare alla centrale termica. Altrimenti questo freddo che sento mi toccherà anche tenermelo.

Un piccolo varco …. ‘Na parola!

La pala ha accumulato una discreta quantità di neve proprio davanti alla porta, e quella che è stata fatta cadere dal tetto ha fatto il resto. Mi sembra l’Everest.

Devo andare a prendere la mia pala che immagino sia … ecco: lì dietro a quell’altro mucchione di neve. Sigh …

Scalata epica. La neve mi entra dal bordo degli stivali, che vuol dire che arriva almeno alle ginocchia. Scavalco eroicamente, cercando di non pensare che di lì dovrò poi anche uscire. Entro, prendo tutte le pale che trovo (dai, in cinque anni l’ho ben imparato che per ogni tipo di neve può essere utile una pala diversa!) e via. Torno al campo base e comincio a demolire l’Everest.

Il primo pezzetto è pulito per benino, il secondo con un po’ meno cura, il terzo … giusto lo spazio per metterci i piedi. Questo lavoro non è il mio, ma per lo meno …

Ecco fatto: adesso la caldaia è accessibile, quindi accantonerò le pale e aspetterò che si occupi del resto chi lo sa fare. E speriamo non siano necessari altri accessi urgenti. Casomai si farà il giro tutto intorno. Altrochè!

Fantastico. Accendo il riscaldamento, manualmente perchè il programma che lo gestisce da remoto non funziona (ovvio!). Però dai, ce la posso fare, e infatti …

Due giorni.

La casa ci ha messo due giorni a prendere un po’ la temperatura.

Due giorni nei quali ho girato di qua e di là a controllare ora questo ora quello.

Sfiata, svita, chiudi, riapri, prova, eh, finché si corre non va neanche male … ma quanto freddo fa?

Ven-ti-cin-que.

Meno venticinque gradi. Sono cinquanta gradi in meno di quando in primavera si sta bene con un golfino. Per dire.

Va bene, tanto adesso alla caldaia ci arrivo quando mi pare, e poi io in camera ho tante coperte, e comunque domani arriva l’idraulico, e soprattutto arriva il mio collega, e poi …

E allora oggi io e lui abbiamo controllato i livelli del gasolio e del GPL, e abbiamo programmato le attività di sgombero neve e ghiaccio, da fare però un pochino per volta perché se uno sta a meno venti e rotti per tutta la giornata, poi va a finire che lo devo scongelare con il fon.

Ottimo. Rientriamo?

Finisce di coprire le botole che abbiamo aperto, e mi raggiunge.

Lo aspetto sulla porta, e …

Ma cos’è sta roba?

La maniglia interna, e la serratura, e tutto il bordo del vetro sono coperti di ghiaccio.

Da dentro.

Il ghiaccio si è infilato in tutte le fessure che ha trovato, e da dentro c’è una bella barba bianca.

Sono perplessa.

La porta si apre anche con un codice, che però è fuori. Da dentro ci vuole la chiave, oppure ci vuole di poter usare la maniglia. Tutto ghiacciato.

Mi viene da cantare.

me nonno Cecco Beppe faceva l’aviatore, e in mancanza de benzina ……”

Anna, dice il collega, faccio io il giro dall’altra parte e apro da fuori.

No. Così non risolviamo niente. Bisogna scongelare la serratura.

me nonno Cecco Beppe faceva l’aviatore …..”

Potremmo fare con acqua calda, dice lui. Oppure con un fon per i capelli, dice sempre lui.

Oppure … gli si sono alzate le sopracciglia, e con l’indice dritto verso il soffitto mi dice “Ho un’idea!”

me nonno Cecco Beppe …..”

Rovista nelle tasche dei pantaloni con crescente insistenza.

Ommamma … vuoi vedere che “me nonno …”

E poi, quando sto per dirgli che non voglio assistere alla scena dello scongelamento ….

Ecco! dice lui, Facciamo con l’accendino!

Non ho assistito, ma alla fine non c’era sangue e la porta si apriva.

Tutto a posto. Anche lui deve essere un po’ parente della Provvidenza.

O de me nonno Cecco Beppe, chissà ….

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