il cantiere

Nel prato proprio di fronte alla mia finestra hanno montato il cantiere dei disboscatori.

C’era l’erba alta, e il responsabile di cantiere ha chiesto che fosse tagliata.

Tagliata? che banalità!

Abbiamo avuto la compagnia delle mucche che pascolavano tutto il giorno nel prato.

Mucche soddisfatte e erba rasata in soli due giorni. Qui funziona così.

Poi hanno montato il cantiere.

Una lunga teleferica con un grosso gancio giallo, i cavi zavorrati da decine e decine di tronchi già tagliati.

E poi una specie di ruspa cingolata. Un ragno, dicono, che prende i tronchi e li sposta di qua e di là con la disinvoltura di uno scoiattolo che sposta le sue noci.

Poi c’è un’altra macchina che non saprei neanche dire a che serve, e ci sono i furgoni dei disboscatori.

Il cantiere è ai piedi di un pendio ripidissimo che da otto mesi è disseminato di alberi caduti. Non ci si rendeva conto, quando era bosco, che il terreno fosse così ripido, e adesso invece ….

Salgono piano piano uomini attrezzati di seghe e di canestri di carburante, e salgono e salgono fino a quando diventano come formichine, lì vicino agli alberi caduti che in virtù della vicinanza degli uomini-formica non sembrano più fuscelletti da spostare con un soffio e una pedata. Sono tronchi di alberi che erano altissimi.

Gli omini accendono le seghe e tra un GRRRRRR RRRRRR e uno SZZZZZ SZZZZZHHH tagliano il tronco di un albero che era rimasto in piedi, ma senza più terra sotto le radici. Morto in piedi. Senza l’immeritata onta della caduta.

Lo tagliano, e qualche secondo dopo che si è spento il rumore fastidioso della sega, si sente uno schianto come non ne ho mai sentiti. Il legno si spezza, e si sente lo schiocco di ciascuna fibra. Poi una specie di sibilo soffiato, e alla fine un tonfo cupo. Non ti stupirebbe se la terra lì intorno si muovesse a onde. Un albero che cade fa un rumore sordo e agghiacciante.

Grazie, Signore, per avere fatto che quando è caduto il bosco io non ci fossi. Sarei potuta morire di paura.

Poi agganciano il tronco alla teleferica, e il giallo del gancio risalta brillante in mezzo a tanto marrone di legno secco e di sbiadito.

Qualche sussulto, e l’albero si gira su se stesso e segue il gancio giù giù per il pendio, e cade ai piedi del ragno, che lo raccoglie, lo sposta e lo accatasta.

Uno dopo l’altro, lentamente, un bel po’ di quei fuscelli che sono in alto, scendono il pendio e si trasformano in alberi secchi e grandissimi, ai piedi del ragno.

Poi basta.

Gli omini scendono, e ai piedi del pendio tornano ad assumere dimensioni umane.

E si accende l’altra macchina. Da una parte risucchia un albero per volta, e dall’altra parte lo risputa sfrondato e pelato prima di tagliarlo a misura e adagiarlo sulla catasta.

Sega, tonfo, gancio, discesa, ragno, altra macchina, spogliazione, catasta.

Tempo tecnico … diciamo quaranta minuti.

Nel frattempo un cerbiatto disorientato mi è passato di corsa proprio davanti ai piedi.

Spaventato dai rumori del cantiere nel suo bosco, ho pensato.

Che eleganza: slanciato e agile, occhi grandi e lucidi, piccole corna come di velluto … Ma  perché questa meravigliosa bestiola spaventata dalle attività del cantiere si è messa a correre proprio in quella direzione?

Forse più che dai macchinari era disorientato da questa piccola folla di similpensionati che anziché guardare e stupirsi meravigliati alla vista degli animali, stanno qui con le braccia dietro alla schiena a guardare le gru, e le teleferiche.

Forse lui, il cerbiatto, è troppo giovane per capire il piacere stantio di stare a guardare un cantiere, anche in montagna.

Ma io sono sicura che nel momento in cui è passato, nessuno si è distratto a guardare le macchine: lo abbiamo visto tutti, il cerbiatto che rimetteva in ordine le priorità.

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