Trasloco – parte 1

Mi sposto di soli cinquanta metri, ma non cambia niente: la terza causa di stress psicofisico, dopo il lutto e la separazione è il trasloco, a prescindere dalla distanza da percorrere.

Per ora il mio trasloco è fatto di 38 borse di libri, 46 scatoloni, 12 scatole da armadio, 4 valigie (ciascuna delle quali ha già fatto 4 giri) e poi 3 bauli e una quantità industriale di cose che non si possono numerare e inscatolare: lampade, lampadari, quadri, piante, elettrodomestici, e poi i mobili.

Non so perché bisogna essere gentili anche con i trasportatori che pure paghi per quello: ho spostato da sola tutte le cose che ho potuto.

Tre piani di scale a scendere, cinquanta metri in strada, e poi per fortuna un comodo ascensore a salire. Però mi fanno male le braccia e le spalle, e mi sono sbucciata le nocche, e mi sento come …. se fossi alle prese con un trasloco.

Credo di averlo fatto per sapere dove mettere i piedi mentre ancora sono in casa: mi rimangono ancora alcuni giorni di strenuo sopravvivere, e poi finalmente potrò vivere nello stesso caos, ma nell’altra casa.

Credevo che il trasloco fosse un’occasione per buttare tanta roba inutile, ma per farlo bisognerebbe avere tempo, il che non è il mio caso, perciò questo trasloco è un’occasione solo per mettere la vita in tante scatole, e poi giocare a immaginare di poterle ricollocare in maniera perfetta.

In realtà il gioco più probabile sarà quello di cercare di ricordarsi cosa contengono.

Ho scritto di fuori delle indicazioni che avrebbero dovuto essere di grande aiuto, ma quasi non le capisco più manco io. Fa niente: ho deciso che le lascerò chiuse, e le aprirò mano a mano che mi serviranno.

E quelle che non saranno aperte di qui a un anno finiranno dritte dritte nel bidone, senza manco guardarci dentro.

E i libri?

Qualche giorno fa ero in libreria, e ho visto un libro del quale ho pensato “deve essere interessante: la prossima volta che passo, quando il mio scaffale sarà rimontato, me lo compro!”

Indovina: ho svuotato la mia libreria e nel bel mezzo ho ritrovato lo stesso libro: lo avevo anche già letto!

Vedi? Non comprerò più nessun libro, fino a quando non avrò assoluta consapevolezza di tutti quelli che stanno nelle 38 sporte.

E una volta a settimana preparerò una borsa di roba varia da portare alla cooperativa che vende robe usate. E non vorrò in cambio nessun altro oggetto.

Zavorre.

Il trasloco è fatto per rendersi conto di quanta zavorra ci si costruisce intorno in otto anni di vita semiprecaria. Nel mio caso, a dire il vero, serve anche a rendersi conto di quanto sia dispersivo tenere un po’ di roba in una casa, un po’ nell’altra, un po’ in montagna, un po’ in macchina ….

Le scarpe, per esempio, dove sono?

Le ho lasciate in montagna? O magari sono nella scatola che ho già portato di là?

Però mi pare di ricordare che le avevo l’ultima volta che sono andata a casa di papà. Saranno rimaste lì.

O forse …. Quanti sacchi ho già portato nel bidone?

Oddio …. Forse non è una leggenda metropolitana quella che dice di quante cose vadano smarrite nel trasloco, come inspiegabilmente smaterializzate. Per me al momento sono i tubi di crema per le mani, ma non escludo di dover dichiarare disperse anche le mie scarpe, e forse anche quella tazza che avevo tenuto da parte per poter prendere un thè tra uno scatolone e l’altro.

Senza considerare che invece il thé l’ho proprio già trasferito.

Orca l’oca ….

Il trasloco è fatto per capire che era meglio non farlo: è un’esperienza disumanante, che risucchia in sé tutte le energie altrimenti disponibili.

E quelli che lo sanno, lo sanno davvero, che ultimamente e comunque quanto a disponibilità di energie …

seguiranno aggiornamenti.

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